Scovo tracce nella (mia) memoria di Domenico Castaldo in un lontano Pilade pasoliniano messo in scena da Luca Ronconi come saggio della scuola di teatro del TST nel ’93: il Caso me lo ripropone trasformato con il delirio di Tamerlano, non più discepolo di un guru d’artificio ma donatore di Azione teatrale, Attore completo e consapevole delle illimitate potenzialità del Corpo e della Voce attorali messe a disposizione del compimento della partitura scenica. Frullando e bruciando scorte inesauribili d’energia psicofisica, Castaldo può affermarsi Attore nella misura in cui accarezza ed evoca i personaggi – che delineano la storia del feroce sovrano il quale, conquistato quel che c’è da conquistare, è spinto alla follia dall’impossibilità di combattere il dio che gli ha sottratto l’Amore – senza diventare nessuno di loro, senza impersonarli, rifuggendo così la mimesis assassina dell’Arte Teatrale e toccando, sfruttando ogni corda praticabile della macchina-corpo. Queste corde aumenteranno ancora, nel futuro. E la mente corre da un punto all’altro dell’evoluzione non-narrativa come un travolgente flusso analogico ad alta tensione. Così Domenico: “Tamerlano evolve ogni giorno, nell’intimità di una stanza, alla presenza di un testimone. Talvolta la stanza apre le porte a persone invitate.
L’invito rende speciale questa presenza. (…) Non si lavora per la prima, si lavora perché l’azione resti viva e l’attore viva in lei”. Il Teatro si staglia nella sua più proficua carnalità, senza la quale non lo si (ri)anima; è dote (Destino immutabile) dell’Attore immolarsi per la Dolente Causa del Teatro Critico: non già assolvere e “liberare” il pubblico dalle sue responsabilità etico-estetiche mediante inadeguate affezioni, morbi catartici e mortifere sedute psicoanalitiche, quanto piuttosto redimerlo nel ruolo – forse l’unico rappresentabile – dell’Artista/Redentore. Domenico Castaldo ha aperto una porta, quella del suo spazio vitale: occorre entrarci e prendere coscienza del Mondo. Potrebbe trattarsi addirittura di divina apparizione se il suo Tamerlano (si) nutrisse un poco, un giorno, chissà, di rivoluzionario grottesco sentimento del contrario…
