Vasi in-comunicanti
Lisa Gino, Varieventuali, 7 settembre 2011
Donnarumma all’assalto chiude gli spettacoli live di Ivreaestate 2011
Mercoledì 31 agosto Domenico Castaldo ha portato in scena, nella calda e accogliente Sala Cupola
del Centro La Serra, un testo tratto dal saggio-diario di Ottiero Ottieri Donnarumma all’assalto.
Ottiero fu selezionatore del personale allo stabilimento Olivetti di Pozzuoli dal 1956 al 1957 e volle fissare sulla carta quell’esperienza così particolare e significativa. Da buon osservatore e bravo scrittore ci riuscì. Tutto parte da una sua incisiva e acuta intuizione:
“L’uomo meridionale non è diverso dagli altri, ma è un uomo deformato. Le avventure della sua vita, la storia, lo peggiorano e lo esaltano fuori dalle leggi comuni.”
Dice Ottieri che l’uomo meridionale (in quel tempo e in quel territorio contadino che non aveva mai visto uno sviluppo e un progetto industriale) non risponde alle leggi comuni. Ma quali sono le leggi comuni? Prima fra tutte la possibilità di comunicare. E direi io, l’unica legge davvero importante. Comunicare è il modo in cui due realtà, siano esse umane o di altra natura, uguali o diverse, riescono e possono ri-suonare nell’universo, cioè creare.
Senza la possibilità di comunicare, attraverso un qualsiasi mezzo che poggi su altrettanto qualsivoglia terreno comune di regole condivise, il mondo implode o, quando va peggio, esplode.
Ottieri, selezionatore e Donnarumma, pretendente lavoratore senza requisiti minimi, non possono comunicare. Non possono perchè le loro storie non hanno basi comuni. Che mezzo potranno mai
usare i due? Uno, uomo preciso nell’ottemperare le regole dell’assunzione e l’altro, fiero analfabeta non dichiarato e quindi impossibilitato a seguire la regola base dell’assunzione: la compilazione della domanda. La frustrazione del non poter comunicare è pari soltanto alla disperazione dell’esito, alla devastazione delle estreme conseguenze, al nulla di fatto (e fattibile) che porta alla resa. E la resa è triste. Ottieri però trasforma la sua (resa) in un delicato e profondo diario carico di sagge annotazioni, di amore e di comprensione. La scrittura drammaturgica di Domenico Castaldo, divertente, divertita e dura allo stesso tempo, dà voce ai vari personaggi che popolano il mondo della Pozzuoli di allora: un luogo così bello e raro, così alto che spesso non può avere terreno per comunicare con chi lo abita. É un riso amaro, quello sulle bocche degli spettatori.
Una maschera tragicomica quella sul volto dell’attore (Castaldo stesso) nei panni di una umanità varia, dalle logiche inconciliabili con l’organizzazione del lavoro. Una comunità diversa, deformata dalla vita e dalla storia. Persino il grande Eduardo, in visita, pur magnificando le architetture, ne constata l’inadeguatezza: non c’è neanche una macchina per fare il caffè.
Due linguaggi, due mondi e viceversa che il teatro e la scrittura soltanto hanno potuto, infine mettere in comunicazione. Questo fa l’arte, quando è buona come quella di Ottieri e Castaldo: unisce, parla un linguaggio ponte universale, e seppur a distanza di molto tempo, ci rimette in pace, ci dà un senso. Castaldo ha consultato materiali d’archivio per dare corpo e anima alle voci, alle personalità, persino ai piccoli tic (come l’impaccio di Adriano di fronte ad un microfono) dei vari personaggi, trasformando il tutto in un pregiato tessuto di scena. Un lavoro molto approfondito sia dal punto di vista attoriale che autoriale. Per noi spettatori è stato un bel percorso di memoria, condotto in perfetto equilibrio tra ironia e rassegnazione, tragedia e commedia, modernità ed arretratezza. Con un pizzico di parodia.
Piccola nota a margine: dopo lo spettacolo, un distinto signore si è congratulato con Domenico Castaldo. Aveva conosciuto Donnarumma, essendo colui che aveva preso il posto di Ottieri nel 1957.
I miracoli del teatro!
Tutto scorre nel Tamerlano reincarnato
Si misura la capacità di evocazione nello spettacolo dimostrativo che Domenico Castaldo, passato per la scuola di Ronconi e laureato al Workcenter di Grotowski, ci propone al Crt nella sua opera prima, ispirata al Tamerlano di Marlowe, un testo immenso per un uomo solo. Quel lucido suolo di legno tra le quinte nere è il mondo, palestra d’un mitico e crudele percorso di conquista, che dall’iniziale svelarsi del personaggio sotto un bianco lenzuolo teso dal fianco d’un tavolo, dove il gran re malato rotola a balzelloni per farci subito ascoltare il vagito di una nuova reincarnazione.
Tutto scorre, secondo il credo eracliteo. Nella concisione dello spettacolo, l’attore creatore e protagonista, girando in tondo, salendo dominatore a cavallo del citato tavolo, giocando in quelle artiglianti pose grotowskiane in cui il corpo contratto e sbilenco, appena appoggiato al terreno come una sua escrescenza e trasformato in pura energia, riesce a incarnare un flusso continuo attraverso il movimento. E a questa onda di espressività imprime una voglia inesplicabile e mai doma di potenza, che alla ferocia dell’inesorabile tagliatore di teste accompagna la tenerezza per la moglie Zenocrate; e si moltiplica sviluppandosi nell’eroe ma anche di passaggio nei suoi antagonisti.
Ma a sorpresa questo ragazzo torinese ci parla nel napoletano delle sue origini, a volte scendendo al falsetto o sfiorando il canto, scavando nei più profondi recessi istantanee e missioni segrete. E, soprattutto nella prima parte, colora per scorcio di personaggi minori con risate, ma pure con la sonorità popolare, crassa che rivela una voglia di giocare a travestirsi. Ed ecco il personaggio che è alla base di tutte queste temporanee presenze inseguire le indimenticabili commistioni tra la tragedia e lo sberleffo uscite dal kabuki per accompagnare le danze ritmiche e scomposte dei samurai nel grande cinema giapponese.
Una serata insolita, ancora acerba ma ricca di suggestioni e di spunti nel suo navigare dal divertimento al terrore, alla quale Castaldo fa seguire per i volontari, con cortesia non scevra di un pizzico di presunzione, un incontro ravvicinato a base di dibattito e torte.
Franco Quadri
Le vivifiche metamorfosi
Scovo tracce nella (mia) memoria di Domenico Castaldo in un lontano Pilade pasoliniano messo in scena da Luca Ronconi come saggio della scuola di teatro del TST nel ’93: il Caso me lo ripropone trasformato con il delirio di Tamerlano, non più discepolo di un guru d’artificio ma donatore di Azione teatrale, Attore completo e consapevole delle illimitate potenzialità del Corpo e della Voce attorali messe a disposizione del compimento della partitura scenica. Frullando e bruciando scorte inesauribili d’energia psicofisica, Castaldo può affermarsi Attore nella misura in cui accarezza ed evoca i personaggi – che delineano la storia del feroce sovrano il quale, conquistato quel che c’è da conquistare, è spinto alla follia dall’impossibilità di combattere il dio che gli ha sottratto l’Amore – senza diventare nessuno di loro, senza impersonarli, rifuggendo così la mimesis assassina dell’Arte Teatrale e toccando, sfruttando ogni corda praticabile della macchina-corpo. Queste corde aumenteranno ancora, nel futuro. E la mente corre da un punto all’altro dell’evoluzione non-narrativa come un travolgente flusso analogico ad alta tensione. Così Domenico: “Tamerlano evolve ogni giorno, nell’intimità di una stanza, alla presenza di un testimone. Talvolta la stanza apre le porte a persone invitate.
L’invito rende speciale questa presenza. (…) Non si lavora per la prima, si lavora perché l’azione resti viva e l’attore viva in lei”. Il Teatro si staglia nella sua più proficua carnalità, senza la quale non lo si (ri)anima; è dote (Destino immutabile) dell’Attore immolarsi per la Dolente Causa del Teatro Critico: non già assolvere e “liberare” il pubblico dalle sue responsabilità etico-estetiche mediante inadeguate affezioni, morbi catartici e mortifere sedute psicoanalitiche, quanto piuttosto redimerlo nel ruolo – forse l’unico rappresentabile – dell’Artista/Redentore. Domenico Castaldo ha aperto una porta, quella del suo spazio vitale: occorre entrarci e prendere coscienza del Mondo. Potrebbe trattarsi addirittura di divina apparizione se il suo Tamerlano (si) nutrisse un poco, un giorno, chissà, di rivoluzionario grottesco sentimento del contrario…
Dedicato a Domenico Castaldo. Tamerlano a Pedemontea
Domenico Castaldo è un giovane di origine napoletana che risiede a Moncalieri (Torino), dove ha fondato nel 1996 il Laboratorio permanente di ricerca sull’arte dell’attore. Ce lo ha fatto conoscere Nevio Gàmbula, presentandolo nell’ambito della rassegna Angelus novus che egli ha curato a Pedemonte. La sera di domenica 2 giugno Castaldo è andato in scena con Tamerlano, una libera rivisitazione del testo elisabettiano di Marlowe che racconta la storia dell’eroe turco dalla conquista dell’impero ottomano al delirio di onnipotenza alla morte. Per dare un’idea dell’evento teatrale è forse non inutile prenderla un po’ larga. Castaldo ha lavorato con Ronconi e Grotowski e il suo Laboratorio denuncia inequivocabilmente la sua continuità (o contiguità) con il secondo. Dunque nella sua concezione il testo è un pretesto, un materiale di base, per il lavoro che l’attore svolge su se stesso imponendosi una rigida disciplina. Diciamo che si parte da un’intuizione – in questo caso il plot di Marlowe -, ci si immerge nel personaggio fino all’identificazione, una identificazione che però non nega la propria intima personalità anzi la fa emergere, la fa esplodere, in una gestualità evocativa che ha lo scopo di trasmettere agli spettatori emozioni equivalenti e coinvolgenti. Se insomma tutto funziona, Tamerlano, Castaldo e gli spettatori dovrebbe sentirsi un unicum, attraversati dalla stessa corrente emozionale. Pura magia. Che a volte riesce, a volte no. Per raggiungere l’obiettivo l’attore soffre, studia, inventa, sperimenta, fino all’esecuzione finale della sua «partitura per voce e corpo», alla quale lo spettatore è chiamato ad assistere e a partecipare anche in questo caso con una cura scientifica dei particolari, perfino quelli apparentemente irrilevanti come il prendere posto in teatro entrando tutti insieme in rigoroso silenzio quando l’attore ha raggiunto la fase voluta di concentrazione. Questo ho fatto con il pubblico di Pedemonte, un pubblico consapevole, che sapeva più o meno quel che l’aspettava, poiché la pregevole rassegna Angelus novus è stata molto omogenea nelle proposte e dunque in questo senso selezionatrice.
Castaldo ha messo in scena il «suo» Tamerlano: un Tamerlano affamato di sangue e potere, un Tamerlano che si esprime ora in lingua italiana ora nella lingua corposa irridente e truculenta che l’attore ha tratto dalle sue origini familiari, il napoletano. Nel processo di identificazione non stanislavskiana ma viscerale ed emotiva dell’attore con il suo personaggio, Tamerlano si fonde con l’esperienza del potere e della violenza mai sazi dell’uomo di mafia, di cui ha gli accenti, la lingua partenopea, ma anche il senso dell’onore e della vendetta, dell’animalesca amorosissima proprietà della donna, dell’autorità assoluta sulla famiglia e in particolare sui figli.
Tamerlano e/o il mafioso. Ma non è tutto. Castaldo infatti, oltre al turco, impersona anche tutti coloro che egli incontra sul suo cammino, dalla moglie ai re sconfitti, ai soldati e via fino al vagito del bambino in cui è trasmigrata, nell’ora di morte, la sua anima. Ne deriva un concerto di voci che ancora una volta rappresenta un barbarico mondo oppure anche la storia crudele e allegra di un suburbio napoletano.
Una particolarità mi preme sottolineare. Di solito il «rito del laboratorio» implica una certa meditabonda seriosità da parte degli spettatori. Ma per il Tamerlano di Castaldo non è così: si ride, anche se in modo un pochino represso. E’ un evento di potente comicità, in cui l’ironia, il sarcasmo, lo sberleffo, le battute caustiche, il gramelot alla Dario Fo (almeno per uno che fa fatica a seguire le battute in napoletano) hanno la loro parte, per cui il personaggio eroe viene al contempo sgrossato nella sua magnitudine e deriso e insultato nella sua sanguinolenta barbarie, e «compreso» nel suo amore bestiale e nel suo attaccamento alla vita, nella sua sfrenata e straripante e incontinente vitalità. Anche il gioco del linguaggio esce dagli argini, fino al magnifico esilarante duetto dei soldati sulla “capa” e sui “capi”, un piccolo capolavoro linguistico. Alla fine il pubblico applaude riconoscente per diversi minuti, grato alla disciplina, ma anche di più alla giocondità intelligente dello scugnizzo che ha fatto il verso a Tamerlano, al mafioso, alla sua famiglia ai suoi sgherri, alla fame di morte e all’infinito bisogno di vita.
Voci partenopee in Oriente
Un pubblico entusiasta applaude la magistrale interpretazione di Domenico Castaldo, domenica 2 giugno al teatro Giovanni Paolo II di Pedemonte in Valpolicella. Tamerlano tratto da un testo di Marlowe e adattato dallo stesso Castaldo, vuole significare il radicale rinnovamento rispetto alle tradizionali strutture del teatro e insieme una provocante proposta di attualizzazione.
Gli uomini si lasciano sempre catturare dalle favole perché in esse si riconoscono, hanno bisogno di miti che creano il gioco dell’illusione e della poesia, essenziale alla sopravvivenza psichica. E Castaldo riesce a dare tutto questo calcando da solo la scena in un monologo vibrante nel quale si alternano più voci e le parole si rincorrono velocissime in un virtuosismo di modulazioni fonetiche.
Uno spazio scenico scarno ma essenziale che mette ancora più in risalto la plasticità di un corpo in perfetta armonia con l’ambiente e con i suoni. Uno spettacolo che miscela danza, canto e recitazione all’insegna di una sperimentazione affascinante e pungente.
Sulla scena c’è un guerriero spietato e romantico che incarna uno spudorato titanismo, c’è Tamerlano che ama, soffre e gioisce e che sembra non essere mai disposto a placare la sua avidità, eccitato dal fascino della conquista , un eroe che colleziona vittorie sul territorio Ottomano, asiatico e nordafricano. Ma il sogno di grandezza e di immortalità ancora non è appagato, Tamerlano lascerà ai figli il compito di altre conquiste affinché un giorno il mondo possa essere unificato sotto il suo nome. La figura di Tamerlano evoca l’uomo di potere di tutti i tempi che gioisce e si gratifica nell’esercizio del comando. Senso del dominio, sete insaziabile di potere e ingordigia di fama si mescolano perfettamente in questo personaggio che diventa simbolo di una tipologia umana che adotta la logica del potere usata in maniera indiscriminata per garantirsi un successo personale.
E’ un agghiacciante grido contro la «liturgia» del potere espresso attraverso la ricca varietà delle inflessioni del dialetto napoletano e del suo colorito linguaggio. Il ricorso alle modulazioni del suono , con agili e frequenti passaggi vocali, risulta essere una scelta appropriata, che va ben oltre l’origine napoletana dell’attore-regista, in quanto richiama fortemente il canto orientale, anch’esso caratterizzato da gorgheggi vocalizi. Castaldo ci racconta così le diaboliche imprese di Tamerlano con la voce e con il corpo, alle sorprendenti tonalità vocali corrispondono i rocamboleschi movimenti del corpo, abilissimi esercizi acrobatici che tengono il pubblico con lo sguardo cristallizzato sul palcoscenico, dall’inizio alla fine, in una sorta di sospensione ipnotica.
Mini Antigone
Per la rassegna Impronte – Officine del nuovo teatro ha debuttato nelle scorse sere al Crt di Milano una singolare Antigone riscritta e interpretata da Domenico Castaldo, uno dei più interessanti e rigorosi fra i giovani attori e registi. Torinese con forti radici nella cultura del Sud, già noto per un Tamerlano di Marlowe trasposto in un impervio dialetto meridionale, Castaldo anche in questo spettacolo si conferma un seguace di Grotowski dotato tuttavia di un’acuta sensibilità generazionale.
La sua Antigone è fatta praticamente di nulla, lo spazio vuoto, due scalette di legno che possono trasformarsi all’occorrenza in elementari macchine sceniche, i tre attori che danno vita a tutti i personaggi. L’azione, scarna, veloce, drasticamente ridotta all’osso, è evocata attraverso l’intenso comporsi di brevi sequenze di parole, di gesti, di suoni infantili, di canti della più svariata provenienza, e persino di rumori ambientali riprodotti con la voce del Castaldo e dai suoi due compagni di lavoro.
Del testo di Sofocle resta ovviamente ben poco, ma l’operazione non è troppo riduttiva: la sua particolarità, la sua cifra originale, consiste anzi proprio in questa dimensione di stralunata ironia che è anche un tentativo di riempire la distanza che ci separa dai classici, di rileggere con occhio contemporaneo la tragedia dei rapporti con l’autorità e il potere. Nitida l’interpretazione, lucido il disegno registico, anche se la precisione della sintassi rischia a tratti di prendere il sopravvento sulla profondità dell’ispirazione.
La magia di Domenico Castaldo trasforma la tragedia di Antigone in uno spettacolo che fa sorridere
Non immaginavamo proprio che in questa estate festivaliera dai toni particolarmente cupi e seriosi, una nota meno grave la offrisse la tragedia greca: l’Antigone, per la precisione. Ancora meno prevedibile che a presentare una lettura non solo innovativa, ma a tratti giocosa, del testo di Sofocle fosse Domenico Castaldo, attore tanto «concentrato» da sembrare ieratico. Già allievo di Ronconi alla scuola dello Stabile e ora talento di Teatranza-Artedrama, Castaldo opera da anni con ristrettissimo team di «adepti», prova e riprova i suoi spettacoli quotidianamente, per molte ore al giorno, anche senza imminenti scadenze rappresentative. Meticoloso allenamento, ma pure work in progress quasi “liturgico”, secondo l’impressione che ne ricavavano i pochi ammessi al cerimoniale delle prove-recite: e lo si dice, senza traccia d’ironia, ricordando il rigore e la cautela del performer e l’assoluta attenzione chiesta al pubblico. Ora Domenico sembra più rilassato. Ferme restando le sue particolari modalità di messinscena. Anche all’Antigone o le furie – spettacolo presentato giovedì nella Chiesa del Gesù di Moncalieri per la rassegna Theatropolis – l’attore ha lavorato per molto tempo, prima con uno studio sul coro e poi rielaborando l’intero testo di Sofocle. Ma il rigore quasi teutonico dell’attore napoletano, già interprete di una bella rivisitazione del Tamerlano di Marlowe, si è ammorbidito. Con quali risultati, vedremo.
Per ora si registra un clima più rilassato in platea, il che pare buona cosa. Gli spettatori non sono più sottoposti a un propedeutico training con tanto di spoliazione di borse, cellulari, bloc-notes, né invitati a mantenere un silenzio tombale. Possono persino ridere, questa volta: ed è ciò che molti fanno assistendo alla recita di Antigone o le furie. Difficile spiegare come si possa anche sorridere dei drammatici casi della giovane figlia di Edipo, sorella di Eteocle e Polinice, che si sono uccisi reciprocamente. Di colei, insomma, che viene condannata a morte, per aver seppellito Polinice, trasgredendo al decreto dello zio Creonte, re di Tebe. Stupisce che si rida, oltre a commuoversi, per quella storia antica che, toccando temi come la ribellione, il coraggio e la supremazia degli affetti, coinvolge chiunque, in ogni tempo. In scena Castaldo, con gli ottimi Katia Capato e Ettore Scarpa (un Creonte tronfio quanto rimbecillito dal potere), offrono una performance verbale e fisica, dove il canto esprime la poetica di ciascun personaggio e dove il coro si chiude, talora, persino in leggerezza scherzosa da cartoon. Mentre il tema tragico della ribellione a un potere coercitivo e disumano si stempera nel motivo, più soft, della propensione giovanile alla rivolta. Una vocazione alla disubbidienza, che confina col dispetto, e che a volte si paga a caro prezzo.
Da Il Patalogo 24 – sezione 22 spettacoli per un anno
Non perdiamo di vista Domenico Castaldo. Passato dal Workcenter dopo una tappa alla scuola ronconiana di Torino, insegue con dei gruppi in continua evoluzione soggetto a rinnovarsi sempre, un’espressività che gli permetta di far parlare al corpo il linguaggio dei poeti, ma vivendoli al modo dei teatranti per cui il riso si confonde col pianto, e il grido e il canto possono sconfinare in dialetti grammelot. E dove si può rinvenire un simile linguaggio che ha la pretesa dell’assoluto se non nei tragici o, ancora più indietro, nella poesia epica? Il tragitto di questo costruttore-distruttore di gruppi passa allora dal Tamerlano ad Antigone, per trovare un temporaneo traguardo nelle Argonautiche, partendo da Apollonio Rodio, sfiorando soltanto Euripide ma coinvolgendo Ovidio, e avanti con un’imprevedibile meta fra i poeti di corte francesi del Grand Siècle. Ma se questa premessa è pomposa, la vicenda narrata respira una freschezza disadorna, tradotta com’è dal gruppo in puro gesto e vocalità; Domenico ci mette la contorsione atletica e
Katia la purezza della danza, ma eccoli lanciarsi in gruppo, tutti in nero, in geometriche formazioni spezzate e condannate a un divenire eracliteo, brandendo bastoni, ombrelli, grucce appendiabito, per farne remi, armi, strumenti di una lotta per sopravvivere tra mille trabocchetti in una coralità che non dimentica mai il gioco e l’ironia e ignora le leggi di gravità ma forse anche la stasi, nel lungo viaggio per conquistare un vello d’oro e per perderlo, costellato di ripetitive avventure, ma che si esalta nel dispiegare la conoscenza e porta a conoscere l’amore.
Da Il Patalogo 24 – sezione 22 spettacoli per un anno
Le Argonautiche di Domenico Castaldo, ovvero: come rendere presente un mito attraverso l’azione teatrale. Il procedimento è semplice: impulsi organici essenziali da un lato, potremmo dire i segni elementari del linguaggio del corpo, e dall’altro lo stupore della favola e la complicità del gioco. In questa semplicità, raggiunta attraverso un lungo, preciso lavoro di pulizia del gesto fisico e verbale e della composizione formale, ritroviamo l’abbici del teatro. Il travestimento a vista, un travestimento che passa attraverso un preciso adattamento del corpo in una postura riconoscibile, in un tic, nei gesti di funzioni essenziali. Riconosciamo l’uomo smarrito, il potente, l’innamorato, la figlia devota… Gli oggetti partecipano di questo gioco al travestimento: una gruccia di legno diventa letteralmente arco, bastone, rampino nella tempesta; un ombrello smesso diventa timone, baldacchino, cesto per le offerte… E nella relazione di queste figure, nel loro disporsi nello spazio con gli oggetti delle proprie azioni, si compone davanti a noi un primo nucleo narrativo. Ecco lì, fermo, diritto fra compagni instabili ma entusiasti, la guida; ecco il naufragio che frantuma questi solidali compagni d’avventura in schegge solitarie nello spazio; ecco il caso malizioso che fa incontrare due esseri particolari davanti alla tentazione della bellezza e dell’amore. E noi seguiamo questo racconto nel suo farsi, sostenuti dal ritmo incessante del movimento e del canto, dai quali scaturiscono parole e azioni ancora una volta, quasi obbedendo a una elementare legge fisica, a un antico gioco mimetico: “facciamo che eravamo sul mare…”
Da Il Patalogo 24 – sezione 22 spettacoli per un anno
Un viaggio, qualche decina di eroi. Un palco, sei attori. E’ uno spettacolo “nucleare” quello realizzato da Domenico Castaldo sulle Argonautiche di Apollonio Rodio. Attore di formazione grotowskiana, Castaldo porta il teatro a un grado di limpida essenzialità, scoprendo con levità le pieghe tragicomiche del mito, dove gli Argonauti raccontano il proprio vacillare attraverso un uso plastico e drammaturgico del corpo. Eroi, si diceva. Quelli di Apollonio Rodio sono uomini. Uomini in viaggio nel proprio destino. Il destino… null’altro che la presenza degli dèi. Come in una danza, la storia di questa spedizione capitanata da Giasone alla conquista del vello d’oro si genera nella compenetrazione dèi-uomini-natura. Una nave, un bosco, un popolo straniero, una seduzione, un canto.
La magia della metamorfosi nutre questo atto teatrale, in un accordo di visionarietà e ironia. Quella di Castaldo e dei componenti del suo Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte dell’Attore, tra cui spicca la straordinaria Katia Capato, è una rivincita della fantasia del corpo sul testo, un viaggio verso il “nucleo della teatralità”, un processo creativo che assorbe la realtà, la molteplicità dei suoi aspetti, e restituisce poesia, storie di uomini. E’ uno sguardo che penetra nelle crepe del coraggio, nel silenzio di un balzo,
nel pulsare di un gesto.
Primafila
Il viaggio iniziatico del sottotitolo allo spettacolo ci indica da subito la progressione costante della struttura interna, un tracciato fatto di solchi, innesti, fughe narrative, insomma la tessitura labirintica di questo Le Argonautiche che trae spunto da molti testi rielaborati dallo stesso Castaldo: le parole, d’altronde, sono al servizio del gioco fortemente gestuale e metaforico, danno respiro narrativo aprono squarci, ma quasi mai assolvono al mero compito di raccontarne la trama. La trama, l’intreccio che lega personaggi e mito e infine si trasforma in un viaggio visionario e di fulgide visioni, prende a prestito il navigare alla ricerca del Vello d’oro e il rapimento del desiderio di Giasone dalle opere di Rodio e Flacco; la sensualità lirica delle Metamorfosi di Ovidio; la scoperta della conoscenza e della paura omerica con le riletture dei Salmi e La Toison d’or di Corneille. Il palcoscenico è una pedana rialzata, una specie di grande ring frontale al pubblico, pochi oggetti e alcuni arnesi di legno ci conducono a un’immaginaria nave che solcherà mari e tempeste, s’impennerà tra le onde, volerà alto come condotta dalle nuvole. Ecco il viaggio, ecco la nave Argo che sobbalza e fa sballottare gli uomini di questa indicibile spedizione in balia del fato, paurosi quanto temerari, uomini appunto, ormai fuori dalla portata degli dei, quegli stessi dei che hanno bisogno di umani devoti e onorevoli: c’è il ritorno dietro le loro spalle, la probabile morte davanti. Castaldo e i suoi si lasciano condurre dall’impresa, navigano spediti verso l’ignoto, mettendo in mostra una preparazione fisica caparbia, che rasenta una fastidiosa perfezione stilistica (forzando la mano, qui potremmo indicarne un limite), impeccabile esecuzione da manuale teatrale che guarda, ovviamente, all’orchestrazione dinamica del grande alfabeto metodologico le cui fonti, come detto, hanno chiare paternità. Ma lo spettacolo è talmente avvolgente e divertente da soverchiare qualsiasi incertezza emozionale, che pure tiene saldamente assieme le diverse proporzioni del racconto con la partitura fisica degli attori, tutti pronti a rispondere all’alto livello di prestazione richiesta.
IL Corriere dell'Arte
Sono mirabiIi Le Argonautiche messe in scena da Domenico Castaldo, Katia Capato e dagli attori del Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte dell’Attore di Moncalieri. (…) Gli attori si impongono, qui, come il tramite di un magnifico gioco di evocazioni che parte dal racconto di Apollonio Rodio e Valerio Flacco sulle peregrinazioni di Giasone e dei suoi, a bordo della nave Argo, alla conquista del mitico vello d’oro. Incomincia così un viaggio iniziatico, di eroi spesso pavidi, umani anziché archetipi o semidei, che come tali anelano al nostos (il Ritorno) piuttosto che al sacrificio totale. Le ispirazioni, però, e le analogie, arrivano poi da Ovidio e le sue Metamorfosi, dai Vangeli Gnostici, nei quali San Tommaso ammonisce: “Siate transeunti”. Buon consiglio per degli attori. Siamo finalmente sul doppio binario della storia e della messinscena. Divengono i personaggi che mutano gli attori, bravissimi, a muovere le ombre – viene in mente Prospero con i suoi spiritelli – a creare situazioni, personaggi e visioni che prendono vita nello spazio vuoti (Peter Brook?) grazie all’arte d’attore. Attori che sono capaci di convertire un’energia inesauribile – sono da vedere, in scena, Domenico, Katia, Alex, Marco ed Ettore, altrimenti inimmaginabili – nell’illusione sontuosa di un Teatro che si costruisce nella mente dello spettatore molto più che, materialmente, sul palcoscenico. Il teatro e l’arte, finalmente, vissuti e realizzati come fenomeno psichico e non solo come performance estetica.
Le Argonautiche alla ex-Limone
Moncalieri – Ha esordito lunedì sera nello spazio Fonderie Teatrali Limone il più atteso spettacolo della rassegna: Le Argonautiche, che viene replicato tutte le sere alle 22.15 sino a sabato 13 luglio, dalla compagnia moncalierese Santibriganti. La vicenda trae spunto da Pelia, che era re di Iolco, in Tessaglia. Per liberarsi di Giasone, al quale avrebbe dovuto restituire il trono, lo spedisce alla conquista del vello d’oro. “Le Argonautiche ed il nostro viaggio di scoperta corrono paralleli, l’uno è metafora, l’altro è realtà” – spiega Domenico Castaldo, regista ed interprete dello spettacolo – “Si viaggia con il ritmo di chi cerca di apprendere.
Si seguono impulsi che nascono dal desiderio, dal ricordo di un momento speciale del passato, in cui tutto fu abbandonato per iniziare qualcosa.” Si tratta degli attimi che decidono i destini della vita degli individui e in questo caso l’istinto ha fatto prediligere quello che era sconosciuto. E’ un moto di ribellione per sottrarsi alle autorità, ma soprattutto è scelta di autodeterminazione di sé e del proprio futuro. Le Argonautiche è un testo da Apollonio Rodio; l’interpretazione è affidata a Katia Capato, Matteo Audi Grivetta, Davide Curzio, Ettore Scarpa, Claudio Sportelli e allo stesso Castaldo.
Giostra MacCaluso
Domenico Castaldo è noto a livello provinciale e nazionale per la mole di lavoro che impegna quotidianamente il gruppo da lui diretto, quel Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte dell’Attore sostenuto nell’utilizzo degli spazi e nella distribuzione dalla SantiBriganti Teatro di Moncalieri. Questa esperienza, nata nel 1996, si è articolata attraverso quattro spettacoli: il monologo Tamerlano (1996), tratto da Christopher Marlowe, l’Antigone (1997-1999), prodotto in diverse forme, Le Argonautiche (2000-2002), tratto da Apollonio Rodio, ed infine il nuovissimo MacCaluso – La scalata alla dominanza (2003). Nel mezzo vi sono state tre collaborazioni a Pontedera, due delle quali con Roberto Bacci ed una con Gey Pin Ang, ed il Premio Bartolucci 1999. Castaldo parla, a proposito degli spettacoli da lui scritti diretti e interpretati, di azioni teatrali, attribuendo alla pratica fisica ed al canto poliarmonico una valenza imprescindibile. Il suo lavoro sul testo, che in questo quarto spettacolo ha raggiunto il vertice dell’originalità e della contaminazione linguistica, prevede poi una rielaborazione scenica, una tempratura a cui le parole e le rime sono sottoposte con grande attenzione. MacCaluso si manifesta come una giostra, un’altalena di situazioni e personaggi, un gioco che è satira e commedia, a tratti un abbondante ricorso alle onomatopee cartooniane sino a farsi teatro marinettiano, futurista.
Lo sviluppo della trama è molto semplice: in un villaggio viene ucciso il vecchio tiranno Don Duncano ed i due ereditari, MacCaluso Lazzaro e MacBanquo Gesuino, si trovano a gareggiare per vincere la competizione elettorale. In una girandola di travestimenti che coinvolgono lo stesso Castaldo, inizialmente Don Duncano ed in seguito incarnatosi nella figura de Il Matto, i due uomini si confronteranno in diverse prove, inscenando una gara elettorale vissuta in diretta, un Porta a Porta decisamente sfrenato e spassoso, condito di canti, balletti sudamericani, gioco della verità, proclami, scambio delle mogli. L’incontro con Le Moire, il trio di spiriti femminili che oliano i cardini dei destini, trasformate in streghe gitane, è davvero uno dei punti più coinvolgenti e divertenti della spettacolo.
In questa giostra lo spettatore ogni tanto si smarrisce, l’attività frenetica degli attori che come i tarocchi cambiano in corsa la scena e spostano senza sosta le ruote e le assi di legno, i cori, vanno ancora registrati, soprattutto i toni necessitano di maggiore equilibratura, capita spesso di sentire i suoni di fondo interferire con le voci in prima linea, con i personaggi principali. Certamente la struttura all’italiana del Teatro Gobetti non aiuta la compagnia a rendere più seguibile lo spettacolo, e di fatti il primo quarto d’ora risulta indigesto, con le voci che invece di proiettarsi verso il pubblico salgono in alto e si perdono prima di superare la quarta parete. La stessa parte iniziale è ancora in fase di studio; dopo la morte di Don Duncano la fruizione e la qualità dello spettacolo aumentano esponenzialmente.
Uno degli aspetti interessanti dello spettacolo riguarda l’approccio etico-morale che Castaldo ha manifestato nella drammaturgia. Il tema del rapporto uomo-potere è stato sviscerato nell’arco dei secoli nelle maniere più differenti e dagli autori più grandi, da Sofocle a Shakespeare, da Omero a Dante, da Marlowe a Molière, da Brecht a Sartre, da Pinter a Bernhard. Castaldo porta avanti per tutta l’azione scenica una doppia constatazione: la necessità di una struttura sociale organizzata, che preveda per praticità una guida, un organo decisionale, figlio (ci auguriamo) di libere elezioni e di pari opportunità, e l’urgenza nell’uomo di viaggiare, di scoprirsi attraverso quello che non è conosciuto, attraverso il confronto con le culture, le lingue, le abitudini delle persone che vivono altrove. A livello politico ed intellettuale s’è fatta prassi giudicare un evento o un dato esperenziale positivo o negativo, utile o nocivo, amico o nemico. Ovvero o si sta da una parte oppure dall’altra. Nel MacCaluso emerge con chiarezza l’esistenza nell’uomo di grandi lacerazioni (in primis la figura di MacCaluso, uccisore del tiranno, che cede e rivela il proprio misfatto nel bel mezzo della campagna elettorale), prodotte anche dagli stili di vita dettati dalla vita moderna ma al contempo figlie eterne della condizione umana, contrasti e contraddizioni (talvolta poi insanabili) che l’uomo affrontava già nella notte dei tempi. Dopo la caduta del muro di Berlino l’uomo finalmente ha iniziato a liberarsi dalla schiavitù ideologica, da una contrapposizione forzosa che obbligava sempre al compromesso ideale, e partitico, e questa libertà può risultare (agli occhi d’uno sguardo militante) più pericolosa di qualsiasi sbandierata nazionalistica.
Bravi tutti gli interpreti, in scena continuamente per tutta l’ora e mezza di spettacolo, tra i quali spiccano oltre al solido Castaldo, la presenza scenica (istrione da commedia dell’arte) di Augusta Balla, l’energia fisica degli interpreti maschili, le minimali sfumature interpretative e vocali di Katia Capato. Un lavoro che migliorerà in qualità nel corso delle repliche, e che speriamo, faccia tappa in diversi festival della prossima stagione estiva.
Le frasi spezzate del canto di Orfeo, eroe “romantico” sul palcoscenico del Godetti
È tutto un susseguirsi di lampi, visioni improvvise e ingovernabili. Un continuo oscillare fra voci e visioni. E poi, c’è la musica, la ritualità. Ci sono i canti di terra, di lavoro contadino, di pena e di preghiera. Canti raccolti, catalogati e scelti, sulle cui note pare incedere il ritmo trascinato (e trascinante) del racconto teatrale.
Le frasi brevi e spezzate, sono tratte a piene mani – e con grande libertà – dai “Sonetti a Orfeo” e dalle “Elegie Duinesi” di Rainer Maria Rilke. L’azione, rapida e sincopata, è un balletto recitativo magistralmente diretto da Domenico Castaldo e dal suo braccio destro Katia Capato. Il risultato, in scena da stasera sul palcoscenico del teatro Godetti, è la pièce “Quinto Elemento”, ultima produzione del “Laboratorio Permanente di ricerca sull’arte dell’attore” e del Mutamento Zona Castalia.
Un lavoro non facile, che prende il via da una suggestione che risale addirittura al mondo classico. Il “quinto elemento” cui fa riferimento il titolo dello spettacolo, infatti è il pensiero. Ma non quello logico sistematico, classificatore. Piuttosto il pensiero irrazionale, di trasferirsi dalla realtà sensibile a quella interiore. In altre parole, la memoria e il sogno. E nell’universo dei miti, questa forma di pensiero è governata da Orfeo, che non ha caso è dio della creazione fantastica. Un attribuzione che ha segnato il mondo classico, ma che non ha mancato di estendere le sue suggestioni in epoche ben più recenti. Come dimostra appunto Rainer Maria Rilke con i suoi “Sonetti a Orfeo”.
E proprio Rilke, poeta vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, è la cellula da cui trae ispirazione e spinta l’intero spettacolo del Godetti. C’è il Rilke dei Sonetti, certo, ma c’è anche il Rilke delle Elegie (d’altronde, non fu lo stesso autore ad ammettere che i due lavori nacquero dallo “stesso parto”?).
Proprio nello spirito complesso e misterioso delle “Elegie Duinesi” si colloca in effetti una particolare figura di Orfeo. Non più, questa volta, il dio che abita i boschi dell’Elicona, ma il contadino partigiano ucciso dai fascisti e fatto a pezzi affinché fosse un monito per i ribelli.
Ecco, dunque, che la leggenda incontra (o si scontra) con la cruda realtà. In un articolato puzzle, spigano dalla compagnia , “ di elementi eterogenei incastrati come fossili nella nostra memoria individuale e collettiva”. [… ]
Il corpo e l’anima di Domenico Castaldo
Il teatro di Domenico Castaldo è fisico. In scena l’attore si muove, si esprime con tutto il corpo, esce dai limiti della parola. «Già da piccolo – ci spiega Castaldo – avevo questa esigenza. Ero un bimbo ‘selvatico’, poco domestico. Anche quando ero a scuola di teatro e ci facevano stare tante ore fermi solo a parlare, per me era una sofferenza».
In questi giorni l’attore e regista torinese è al Garybaldi di Settimo Torinese con Apocalisse, una pièce che gioca molto sul movimento, su geometrie che coinvolgono anche il pubblico. Lo spazio teatrale, che lascia lo spettatore disorientato e piacevolmente sorpreso è originalissimo: non vi è separazione tra pubblico e attore, solo scranni in legno e uno spazio comune. Un gioco di scenografie con elementi essenziali ma utilizzati con intelligenza nel ricreare un ambiente storico da Inquisizione.
Gli attori si rivolgono agli spettatori come a detenuti, partecipanti ad un dibattimento antico, che si concluderà con un’esecuzione capitale. Una decollazione. L’imputato, il morituro, è Domenico Castaldo. Accanto a lui personaggi emblematici di grande spessore: il Giudice, il Boia, il rappresentante della Chiesa (interpretato magistralmente da Katia Capato).
Il tempo si muove, non è rigido, è come anche l’animo dei personaggi, «trasversali anche nei ruoli», come racconta il protagonista. Nell’ultima ora di un condannato, tutto è un divenire, e si esprime con una lingua antica. Racconta di un’epoca indefinita, che unifica molti secoli addietro e i tempi moderni e di personaggi metaforici e complessi. Ascoltando attentamente il testo, ci si accorge di alcuni passaggi preziosi: tra tutti il dialogo del Giudice con il morituro nel suo momento di umanità. Sono Ponzio Pilato e Gesù Cristo nel Maestro e Margherita di Bulgakov.
Lussuosi lampadari a gocce di vetro...
Lussuosi lampadari a gocce di vetro ed eleganti poltrone rivestite di raso rosso e nero compongono il salotto borghese che ospita il delirio amoroso di Katarijna Ludmilla II. Figura sottile e tagliente, la Regina parla ai “giudici”, ai “professori” e a tutti coloro venuti ad incontrarla per ottenere un atto di abdicazione. Di fronte a tremendi capi di imputazione, Ludmilla tesse, in una memoria ancora violenta e in una lucidità ormai flebile, una trama costruita sulla veridicità dei suoi atti e la convinzione delle sue azioni. Prendono forma, allora, l’eliminazione di un figlio-angelo per rimediare al peccato originale, un marito dagli occhi splendenti come carboni ardenti, un cielo stretto in una notte apocalittica, il concepimento di un Cristo che non morirà sulla croce, la conquista del Regno dei Cieli. Con orgoglio e dignità Ludmilla respinge le accuse nella ferma convinzione di aver affrontato la vita come un atto d’amore.
Costruito da Domenico Castaldo su testi tratti da Alda Merini, dal Processo a Giovanna d’Arco, dall’Apocalisse, affascinante tema della follia in una prospettiva onesta e franca, Katia Capato (il cui nome d’arte negli spettacoli della Marcido Marcidorjs, era proprio Ludmilla) modula la voce e gestisce il corpo con cura sapienza, regalando alla sua Regina una complessità di toni commoventi. Si assiste dunque all’introspezione esistenziale di un personaggio ma anche al perorso professionale di un’attrice, viaggio di una meta teatralità in controluce di grande fascino. Ne emerge un raffinato monologo che coinvolge lo spettatore in una transizione dalla lucidità alla follia che, forse, altro non è se non un perdersi dell’anima.
Una pedana, due poltrone foderate di velluto rosso…
Una pedana, due poltrone foderate di velluto rosso, un tavolino da tè. Dal soffitto della Cavallerizza pendono pesanti lampadari a candelabro. In abito rosso e conciatura anni Trenta, Katia Capato veste i panni di Katarijna Ludmilla II, la Regina Meteora , come è stata soprannominata da quando, dopo essersi buttata da una torre, fu ritrovata incolume. La regina folle, come una corte di inquisitori, medici e dignitari pretende che si dichiari abdicando ai suoi poteri.
Come già in Apocalisse, Domenico Castaldo sceglie la forma del processo per raccontare la metamorfosi di un’anima, il suo transitare repentino da ragione a follia, il labile confine tra visione e realtà e la mistica del suo attraversamento. Questa volta tutto declinato al femminile, in un intarsio dei versi laceranti di Alda Merini, degli Atti del processo a Giovanna d’Arco e, ancora, dai Canti dell’Apocalisse.
Spogliatasi dell’ampia tesa del suo cappello da passeggio la Regina Ldmilla è di fronte ai giudici, a difendere la sua presunta investitura divina. La storia che racconta ha il sapore di un cruento medioevo, ma le immagini evocate contraddicono lo spazio della rappresentazione, un elegante salotto borghese: le alte torri prigioni e gli eserciti pronti ad imbracciare le armi per la “chiamata di Dio”, le teste spiccate dal collo dei dignitari e il suono di armature e ferraglia mal si accordano con il servizio di fine porcellana da cui l’altera sovrana sorseggia il suo tè. I piani del delirio si moltiplicano e si confondono: novella Giovanna d’Arco, Ludmilla vaneggia in una pirandelliana “stanza della tortura”, prigione atemporale, rossa e metafisica come in un film di David Lynch, proiezione di una mente sconvolta o forse inquietante al di là in cui la Regina Meteora è precipitata dopo il suo folle volo…
Lucida e demente, regale e infantile, vulnerabile e spietata, Katia Capato è perfetta. Ogni suo gesto, ogni accento cade con la precisione di un meccanismo svizzero e insieme con la naturalezza di un atto necessario. Riesce nel miracolo di rendere vera la verità del personaggio: e noi che le stiamo di fronte-dalla parte dei giudici e degli inquisitori- non dubitiamo neanche un istante che Katarijna Ludmilla II, la Regina Meteora , sia stata salvata da un angelo e abbia una missione da compiere per conto di Dio.
- Vasi in-comunicanti di Lisa Gino
Varieventuali – 7 settembre 2011
Tamerlano
- Tutto scorre nel Tamerlano reincarnato di Franco Quadri
La Repubblica – 14 maggio 1998 - Le vivifiche metamorfosi di Christopher Cepernich
Il Corriere dell’Arte – 24 gennaio 1998 - Dedicato a Domenico Castaldo. Tamerlano a Pedemontea di Raffaello Canteri
- Voci partenopee in Oriente di Gabriella Di Costanzo
Il Dibattito – giugno 2002
Antigone
- Mini Antigone di Renato Palazzi
Il Sole 24 Ore – 23 maggio 1999 - La magia di Domenico Castaldo trasforma la tragedia di Antigone in uno spettacolo che fa sorridere di Silvia Francia
La Stampa – 17 luglio 1999
Le Argonautiche
- Da Il Patalogo 24 – sezione 22 spettacoli per un anno di Franco Quadri
Ubulibri, Milano, 2001 - Da Il Patalogo 24 – sezione 22 spettacoli per un anno di Renata Molinari
Ubulibri, Milano, 2001 - Da Il Patalogo 24 – sezione 22 spettacoli per un anno di Cristina Ventrucci
Ubulibri, Milano, 2001 - Da Primafila di Paolo Ruffini
maggio 2001 - Da Il Corriere dell’Arte di Christopher Cepernich
21 aprile 2001 - Da Le Argonautiche alla ex-Limone
Mercoledì, 10 luglio 2002
MacCaluso
- Giostra MacCaluso di Tiziano Fratus
ManifatturAE | Dramma.it – marzo 2003
Quinto elemento
- Le frasi spezzate del canto di Orfeo, eroe “romantico” sul palcoscenico del Godetti
Il Giornale del Piemonte, 4 maggio 2004.
L'apocalisse
- Il corpo e l’anima di Domenico Castaldo di Rosita Ferrato
Futura_To_It, 11 aprile 2005
Regina Meteora
- Lussuosi lampadari a gocce di vetro… di Patrizia Bologna – 2006
- Una pedana, due poltrone foderate di velluto rosso… di Giorgia Marino – 2006
